Eventi in Abruzzo

Evento 

Il piacere dell'onestà
Titolo:
Il piacere dell'onestà
Quando:
07.11.2011 - 09.11.2011 
Dove:
Eventi a Pescara - Pescara
Categoria:
Teatro

Descrizione

 Inaugurazione d'eccezione della 46ª Stagione Teatrale della Società del Teatro e della Musica: torna a Pescara un grande interprete del teatro italiano Leo Gullotta impegnato in uno dei più acclamati testi di Luigi Pirandello «Il piacere dell'onestà».

Prodotto dal Teatro Eliseo di Roma e uno dei grandi successi della scorsa stagione, il lavoro vedrà in scena, oltre a Gullotta, Cloris Brosca, Martino Duane, Paolo Lorimer, Mirella Mazzeranghi, Antonio Fermi, Federico Mancini, Vincenzo Versari. Le scene e i costumi sono di Luigi Perego, le musiche di Germano Mazzocchetti. La regia è curata da Fabio Grossi.

 

Calendario degli spettacoli:

TEATRO CIRCUS

Lunedi 7 novembre - ore 21

Martedi 8 novembre - ore 21

Mercoledi 9 novembre - ore 17

 

 

… Io sogno una casina di cristallo proprio nel mezzo della città, nel folto dell’abitato. Una casina semplice, modesta piccolina piccolina: tre stanzette e la cucina. Una casina come qualunque mortale può possedere, che di straordinario non abbia niente, ma che sia tutta trasparente: di cristallo.

… Non nasconderò più niente alla gente …

 

Note di regia

Scriveva questa sua poesia, nel 1913, Aldo Palazzeschi pubblicata su LACERBA; e che cos’è l’onestà se non una casina di cristallo da dove non si può nascondere più nulla alla gente. Proprio da questo pensiero faccio partire la mia considerazione all’opera di Luigi Pirandello, che con Leo Gullotta e il Teatro Eliseo, m’accingo a mettere in scena e per la quale ho pensato un allestimento che rispetti completamente il pensiero e la scrittura del grande drammaturgo. Portata per la prima volta in scena il 27 novembre 1917 da Ruggero Ruggeri con la sua compagnia nel Teatro Carignano di Torino, il Piacere dell’Onestà, il cui disegno drammaturgico è tratto dalla novella Tirocinio del 1905, racconta di Angelo Baldovino, uomo fallito e di dubbia moralità, che accetta solo per il piacere dell’onestà di sposare Agata, ragazza di buona famiglia che aspetta un bambino da un uomo maritato, il rispettabile marchese Fabio Colli. Onestà, parola di grande effetto per il periodo in cui Pirandello concepì la sua opera, parola di lacerante contesto in questa nostra travagliata epoca, dove prodotti e momenti di vita vissuta vengono modificati in maniera cangiante e definente, sull’orlo di un dramma che si pone di fronte all’eterno aut aut di una società alla ricerca di un’equa liceità. Per questo l’elaborazione da me curata, elimina tutti quei termini che oggi giorno risulterebbero obsoleti e poco rapportabili ad una situazione di verità. Proprio questa verità, sarà il veicolo per comunicare quello che il pensiero pirandelliano ha voluto trasmettere nell’epoca del suo essere concepito. Nella visione pirandelliana, il nostro protagonista nell’indossare il costume dell’Onesto, adotta il colore del diverso, in una fauna di anime mostruose, e la condotta morale del Baldovino diventa da questo momento inattaccabile e questi si chiude dentro la propria onestà sfidando convenzioni sociali ed egoismi personali. Il suo arrivo in questa famiglia, composta da bei involucri senza contenuto, sarà stridente fin dalla prima scena. Una casa, questa, dove l’apparire conta molto più dell’essere, non a caso le sue pareti vivono della trasparenza atta a mostrarsi come si pensa che gli altri desiderano. Una società, immutata nei tempi, da quelli passati a quelli odierni, che ha paura della diversità, perché essere onesti significa essere diversi, e che fa di tutto per annichilire l’elemento considerato spurio con tutti i mezzi, anche quelli più perversi. Messo alle strette nella manovra estrema di farlo contravvenire alle proprie responsabilità, Angelo Baldovino continua a mantenere intatta la propria ‘maschera’ di uomo onesto, finendo così per mettere spietatamente a nudo la disonestà di tutti gli altri. Una pseudo legittima unione, quella che Pirandello usa per dimostrare come l’essere e l’apparire siano in realtà categorie senza alcun valore, frutto unicamente delle convenzioni e del conformismo della società. Come nel precedente lavoro del maestro agrigentino, affrontato con Gullotta, “L’Uomo, la Bestia e la Virtù”, l’uso ideale della maschera per far fronte alle perbenistiche convenzioni di una società, si ripropone con forza. Come approdato, il nostro protagonista se ne andrà, per l’unica strada legittima, una strada non usa agli altri, solo che in questo suo ricalcar i passi dell’arrivo, non sarà solo, ma colei a cui si unì per salvarla dall’ottusa convenzione, gli sarà accanto, facendo sì che una lacrima di vittoria lo premiasse nell’issar la vela dell’Onestà. Ho modificato il percorso drammaturgico, strutturato alla nascita in tre atti, in due ed un intermezzo. Proprio quest’ultimo assume nella mia lettura, una grande valenza drammaturgica, vestendosi dell’impronta del destino atto a modificare, come per voleri supremi, quello che meschinamente o meno l’uomo disegna. Tutta la vicenda, letta oggi con occhi rapportati alla realtà in cui mi muovo, fa sì d’indurmi a rappresentarla come una gran bella favola, dove il “cattivo” prende su di sé l’immagine del buono e le anime dei così detti “per bene” assumono l’espressione della bestialità. Anche quelli che sono i personaggi della vicenda, il cosiddetto cast artistico d’un allestimento teatrale, ho voluto emendare, volendo per motivi concettuali ambientare tutta la vicenda in un unico “spazio”. Trasportando il tutto in un ideale ambiente di Natura incontaminata, immagino un passeggiar di fiere che mutano il loro animo all’approssimarsi del luogo deputato all’azione della storia drammaturgicamente raccontata. Partendo dalla personale convinzione della bontà della Natura, ma soprattutto dell’Onestà di ogni sua manifestazione, immagino che da Essa fuoriesca l’Anima del Nostro protagonista, pronto a scontrarsi con il più sfacciato perbenismo, che nulla ha da spartire con l’essenza dell’Onestà. Risulterà quindi un diverso agli occhi di coloro che spudoratamente lo considerano tale, proprio perché non a loro simile. L’espediente usato per sottolineare tutto ciò, oltre che la parola e l’atteggiamento, sarà il luogo, che pur aderente ad una conosciuta quotidianità, ripercorrerà le storie di Torri di Cristallo, posseditrici di favolose o meschine e celate vicende. Opportuna o meno, questa elaborazione sarà la lettura che con rispetto proporrò nell’edizione teatrale di cui nelle prime righe di questa relazione.

Fabio Grossi

 

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