Nell’ambito della rassegna teatrale del Teatro Zeta di L’Aquila,
l’associazione culturale produzionepovera, presenterà lo spettacolo:
‘Muciara. Non è più un mare per tonni’ dell’autore e attore trapanese
Gaspare Balsamo.
Il 14 gennaio ore 21.00, presso Teatro Zeta, Via Francesco Savini snc, va in scena lo
spettacolo ‘Muciara non è più un mare per tonni’ scritto, diretto e interpretato dall’autore e attore
trapanese Gaspare Balsamo, con la partecipazione straordinaria del pittore Orodè Deoro in azione
pittorica, una produzionepovera dell’ aquilana Donatella Franciosi.
di e con Gaspare Balsamo
e la partecipazione straordinaria di Orodè Deoro in azione pittorica
collaborazione artistica Donatella Franciosi, assistente Maura Teofili
luci Giuseppe Pesce, tecnica Luca Serani
produzione produzionepovera
Lo studio prende spunto dalla cultura della pesca del tonno in Sicilia e in particolar modo a Trapani.
Non vuole essere una riproduzione nostalgica di un microcosmo culturale come quello del rais e della
sua ciurma, piuttosto un percorso personale, quello della memoria dell’autore, delle sue emozioni e
sensazioni. Un tuffo nel suo passato, quando bambino percorrendo la strada del mare sentiva l’odore
aspro del tonno e cercava il punto, e in un presente dove la visita alla vecchia tonnara abbandonata
e distrutta, metafora di una realtà piena di merce/munnizza contemporanea, racconta il tentativo di
ricucire la nostra identità spezzata tra quello che siamo e quello che non riusciamo più ad essere. In
questo senso ‘Muciara’ è uno studio sulla continuità.
ho cercato il senso delle cose
in una vecchia tonnara abbandonata
perché io sono gli infiniti uomini
che mi hanno preceduto…
L’Associazione Culturale ProduzionePovera, nata dalla volontà di Donatella Franciosi nel 2006, è una
piccola, ma potente e decisa casa di produzione, da 5 anni impegnata nella produzione di spettacoli ognuno
e ciascuno in tema di rilancio di culture e voci sud autentiche quanto appartate: quelle da rimettere in piedi,
nell’evoluzione delle cose. Lo spettacolo Muciara. Non è più un mare per tonni fa parte di Teatro e Terra,
un progetto di ricerca di produzionepovera, che mira a re intrecciare, attraverso l’approfondimento del tema
della continuità e l’esperienza teatrale, il legame con il proprio territorio, con quella pagina scritta della propria
storia sulla quale è possibile ripensare la propria identità e reinventarne il senso di appartenenza. Orodè Deoro
è uno degli artisti promossi dall’associazione nell’ambito del progetto Malaseno Arte ideato per la promozione
di “talenti ai margini” delle arti figurative e della video arte contro l’elitismo della creazione artistica.
Gaspare Balsamo fa innanzitutto tesoro della propria voce, e scorrendo solennemente il Vangelo secondo il Raìs
Mimmo, incanala il racconto come fosse un classico cunto. Ma dalla tradizione siciliana si allarga presto a viaggio
personale nella memoria questa Muciara, non è più un mare per tonni…Il mondo della mattanza e del suo frutto
nella tonnara risuona epico e grandioso (e vi dominano i toni del cunto) ma la sua mistica è solo estetica, senza
nostalgia né rimpianti. Tutta la cultura serve al narratore per tentare di capire il presente e le sue trasformazioni.
Tanto più è grandiosa quella narrazione di tonni e tunnina, capaci di accendere di odori identificativi la litoranea
percorsa da Balsamo bambino, tanto più insensato e inconoscibile è lo stesso sito oggi, trasformato da tonnara
in centro commerciale, dal nome altisonante. Balsamo fa il suo percorso col corpo, la voce e il cuore, e alla fine
nasce già la curiosità di conoscere la prossima tappa…
Gianfranco Capitta – Il Manifesto
Quando per la prima volta mi sono imbattuto nei lavori di Orodè Deoro, ho subito pensato a Egon Schiele, non
tanto per i soggetti rappresentati, quanto per come egli affronta la figura nell’oggi e per come intende il gesto
artistico. Orodè si pone con un segno disperatamente poetico, testimone della fine di un’epoca. In un Occidente
che precipita, stordendosi, danzando, avvelenandosi e guerreggiando, verso la catastrofe, il pittore e performer
pugliese introduce una nota di tragico presagio e insieme ci regala il desiderio di eros, di vita, di passione, seppure
le sue rasoiate e il suo continuo rapporto con l’oscuro, con la tenebra, con l’abisso. Quindi la sua diventa una
drammatica avventura interpretata con lucida partecipazione al nostro tempo. La caduta è evidente, ma il
rappresentato si muove in senso contrario rispetto a una decadenza estetizzante o a un freddo distacco, come
possiamo vedere in molta pittura giovane. L’originalità di Orodè sta in tali componenti, in modo che il simbolo
diventa parte integrante della figura e la malattia e la morte sono spesso trattate con una visione polarizzante.
Nelle sue raffigurazioni, espressioniste e di getto, l’artista non vuole mostrare ciò che appare, infatti per lui è
importante ciò che è lo "sguardo verso l’interno". Nei numerosi ritratti da lui eseguiti, Orodè riflette, in modo
molto pregnante, una visione delle abitudini socio-culturali che alienano il mondo. La società ‘postmoderna’ si
vede messa a confronto con una crisi d’identità. Di questo tipo di rappresentazione in passato si sono occupati
scienziati come Ernst Mach, nei Contributi all’analisi delle sensazioni (del 1886), e Sigmund Freud, nei suoi scritti
sulla psicoanalisi (usciti nel 1900). L’individuo ha paura di perdere definitivamente il proprio Io e si mette alla
ricerca di altre possibilità, che spesso non trova. La crisi del soggetto, la sua sofferenza e la sua "identità perduta",
tematiche centrali dell’umanità, sono quindi attualissime, in un’epoca di riorientamento globale. Sappiamo che il
senso di perdita d’identità è seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso. In alcuni momenti si coglie un
qualcosa di distorto nella relazione con l’altro, che la dipendenza è nociva e che se ne vorrebbe fare a meno, ma
la constatazione di essere intrappolati in un modello dipendente fa sentire indegni e quindi spinge, ancora di più,
verso l’abbraccio dell’altro, che accoglie e perdona, ben felice, talvolta, di possedere; ma è un’illusione, solo
un’illusione. Forse l’ennesima. Infine la solitudine trionfa. Il tema della dipendenza affettiva è fra noi, sia per
motivi psicopatologici sia per motivi culturali, e così Orodè lo interpreta, perché la dipendenza è una condizione
mentale, un’importante fonte di sicurezza sostitutiva rispetto alle certezze dei valori in crisi e poi perché
l’instabilità o la precarietà delle continuazioni relazionali tradizionali (coppia, famiglia) tende a selezionare stili di
attaccamento ambivalenti o conflittuali, e a favorire la formazione di legami affettivi incostanti e deboli. Ed è di
una debolezza che il nostro artista narra, di una debolezza ormai diventata sistema, assieme alla paura.
Gian Ruggero Manzoni - ALI. Rivista d’arte, letteratura e idee
info e contatti
Donatella Franciosi - 3381615590
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