Tavola Rotonda "Immigrazione e integrazione"
Convivere nel tempo delle pluralità" a Chieti
“Il movimento migratorio, favorito dalla globalizzazione, oggi ha assunto dimensioni notevoli e inarrestabili. Sono infatti oltre duecento milioni le persone che vivono fuori dal loro paese d’origine”, ha affermato il Card. Martino, presentando il messaggio del Papa per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 18 gennaio 2010. “Persone spinte anche dalla miseria, dalla fame, dalla violenza, dalle guerre, ma pure dal desiderio di una vita migliore. Si dirigono preferibilmente verso i paesi più ricchi. E questo spiega come il fenomeno migratorio sia spesso vissuto da chi lo accoglie come una “invasione” destabilizzante e portatrice di insicurezza.
Questo clima di “chiusura” rende ancora più amara e triste l’esperienza umana di tanti migranti, spingendoli talora a condizioni di irregolarità e illegalità. Il problema non si risolve chiudendo le frontiere, ha ancora affermato il Card. Martino, ma accogliendo con giusto regolamento e sviluppando la cultura dell’accoglienza, che porti a una graduale integrazione dei migranti, che diventa ricchezza, nel rispetto della loro identità culturale e anche di quella della popolazione locale. I migranti e i rifugiati chiedono il rispetto della loro dignità umana e dei loro diritti, che non sono una concessione di nessuna autorità”. Queste tematiche saranno affrontate nella tavola rotonda dal titolo: “Immigrazione e integrazione: Convivere nel tempo delle pluralità”. L’evento, promosso dal CVM Comunità Volontari per il Mondo in collaborazione con la Caritas - Migrantes dell’Arcidiocesi di Chieti Vasto, il Centro Interculturale Mondo Famiglia ed il CSV Centro Servizi per il Volontariato, si terrà a Chieti il 6 febbraio 2010 alle ore 16.00 presso l’auditorium “Cianfarani”. La tavola rotonda, patrocinata dal Comune, dalla Provincia, dalla Prefettura e dall’Università “G. D’Annunzio” di Chieti, prevede la partecipazione di qualificati rappresentanti del mondo dell’immigrazione, delle istituzioni, dell’associazionismo e di quello cattolico. Parteciperanno: Dr. Francesco Ricci – Sindaco di Chieti; Alexian Santino Spinelli - musicista, compositore e docente universitario di lingua e cultura Rom; Don Enrico D’Antonio – direttore Migrantes regionale; Avv. Antonio Mumolo – Presidente Nazionale Associazione “Avvocati di strada”; Proff.ssa Giovanna Cipollari – Esperta di Intercultura\Mondialità ESCI\CVM; Dr. Alfonso Terribile – Questore di Chieti; Sen. Giovanni Legnini - Partito Democratico; On. Daniele Toto - Popolo delle Libertà. Aderiscono all’iniziativa le associazioni: I Bambini Visti dalla Luna, ACA Associazione Culturale Abissinia, Dominicani in Abruzzo, Voci di Dentro ed il CSI Centro Servizi Immigrati del Comune di Chieti. L’iniziativa si propone di coinvolgere la cittadinanza di Chieti e della provincia in merito a tematiche correlate al fenomeno dell’immigrazione quali l’integrazione, l’intercultura, la convivenza pacifica e la legalità.
presso l'Auditorium "Cianfarani" al Museo Archeologico "La Civitella" di Chieti
Per maggiori informazioni:
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CVM Abruzzo Via Solario 66100 Chieti - tel. 0871/349406
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Commenti
“...gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere…è la quarta volta che i neri si ribellano alla ‘ndrangheta…”.
Questa citazione da Roberto Saviano mi è sembrata necessaria per ricordare brevemente i fatti di Rosarno: in Calabria è la ‘ndrangheta che fa entrare illegalmente gli immigrati. La più ricca azienda del paese ha bisogno di manodopera a prezzi stracciati. La mafia ha bisogno di nuovi schiavi e i fatti di Rosarno, frutto dell’unione di elementi diversi, sono rappresentativi di una realtà che ci riguarda tutti; una realtà fatta di lavoro nero, precarietà, criminalità organizzata, politiche razziste e xenofobe, emarginazione dei soggetti più deboli e ricattabili, banalizzazione della violenza e incapacità delle istituzioni non solo di mediare e risolvere i conflitti di loro competenza, ma anche quello basilare di tutela e garanzia dell’integrità della vita umana e del vivere civile.
È l’esemplificazi one di uno stato d’ingiustizia sociale, sfruttamento e diseguaglianza prodotto da politiche nazionali razziste e xenofobe che mai come in questo momento si rivelano fallimentari.
Oggi è un’importante occasione d’incontro tra soggetti che, a vario titolo, costruiscono l’agire comune di associazionismo , politica locale e nazionale, magistratura, forze dell’ordine, il mondo del sindacato, della cultura e del volontariato. Un tema di particolare attualità che s’inserisce nel dibattito politico e sociale del nostro Paese.
Qualcuno ha affermato che i migranti di tutto il mondo potrebbero formare insieme il quinto Paese del pianeta per numero d’abitanti. È quindi giusto e opportuno che le problematiche della migrazione siano tra le priorità politiche nostre e dell’Unione Europea: l’Europa è cambiata, da continente d’emigrazione è diventata terra d’approdo per i migranti. A far fronte al primo impatto di questi cambiamenti sono soprattutto gli Stati del Sud e l’Italia in particolare. Dobbiamo riconoscere che la migrazione internazionale è parte integrante del mondo odierno e che la questione centrale è come gestirla in modo efficace.
C’è una politica di risentimento xenofobo capace solo di lanciare slogan utili ad un’eterna propaganda elettorale; quella che con la scusa della paura, alza sempre più il tiro, senza cercare una riflessione, un’analisi, un confronto. È il vizio dell’urlo e del comizio al posto del ragionamento e di uno sguardo sereno sulla realtà.
È la politica che ha concentrato l’attenzione del paese per più di un anno sul “pacchetto sicurezza”; una politica che ha rafforzato il malinteso di equiparare gli immigrati ai delinquenti.
Poco, invece, si è parlato del “pacchetto integrazione”, di un’impostazione equilibrata che non trascuri gli aspetti della sicurezza, ma li contemperi considerando gli immigrati nuovi cittadini, soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti.
Senza un “pacchetto integrazione” non c’è una vera politica migratoria, ed è quindi urgente ridimensionare l’allarme criminalità. Si è visto da tempo e con dati oggettivi che il modello astratto dell’immigrato-delinquente non ha riscontro negli studi statistici e inizia a vacillare anche l’immagine degli “italiani brava gente” dopo i ricorrenti atti di razzismo e intolleranza nei confronti degli immigrati.
Bisogna cambiare e favorire condizioni di vita più serene per noi stessi e per gli immigrati. È questo il fine che dobbiamo raggiungere con una maggiore funzionalità della pubblica amministrazione negli adempimenti che regolano la vita degli immigrati per favorire un loro inserimento nella società e una loro maggiore accettazione a tutti i livelli: nel lavoro, con rapide ed effettive regolarizzazion i; nel diritto di cittadinanza, appoggiando le proposte di legge in tal senso; nel rispetto religioso, evitando le contrapposizion i tra i diversi credo; in politica, con maggiori aperture a livello di voto amministrativo.
Gli Enti locali devono investire nell’integrazio ne, unico modo per affrontare le politiche di sicurezza. Integrazione, accoglienza, informazione, azioni d’inclusione per la casa e per il commercio, sono le parole chiave di una città che voglia eccellere nelle politiche d’immigrazione e integrazione.
Essi sono i primi ad essere direttamente interessati da una politica d’immigrazione comune: da un lato, infatti, sono colpiti dalle difficoltà legate all’immigrazion e illegale e, dall’altro, sono responsabili di una serie di servizi fondamentali per il processo d’integrazione locale. Vanno ampiamente coinvolti nella creazione di un quadro comune in materia d’immigrazione legale, nell’elaborazio ne di misure contro quella illegale e nella cooperazione allo sviluppo con i paesi di provenienza degli immigrati.
L’immigrazione è una dimensione strutturale della società italiana ed è inutile – o peggio – negare che il nostro sarà un futuro multiculturale e multietnico; nel recente passato era l’Italia ad essere un paese di forte emigrazione all’estero, ma nel 2050 secondo l’Istat avremo uno straniero ogni sei italiani.
Non si tratta di un fenomeno sociale passeggero, al contrario è contrassegnato da caratteri di stabilità sempre più marcati: lo sviluppo di un autentico incontro interculturale e interreligioso è subordinato – cito da un documento dei vescovi italiani – ad “una sorta di principio: conoscersi e conoscere. Solo dove si avvia un tale processo, la convivenza diventa ambiente di crescita, di sviluppo, non solo per la pace sociale, ma anche per l’identità di ciascuna cultura e religione, e, per la fede cristiana e la Chiesa, spazio adeguato di compimento della missione evangelizzatric e”.
Dobbiamo inquadrare con equilibrio il fenomeno delle migrazioni, riconoscendone la necessità; dobbiamo essere vicini agli immigrati, conciliando le loro differenze – religiose, socio-culturali, linguistiche – con la nostra cultura, prevenire gli inconvenienti, che non mancano, ma apprezzare il loro apporto alla crescita del Paese.
Riflettiamo sul fatto che i benefici che essi arrecano prevalgono, e di molto, sugli inconvenienti, perché la presenza degli immigrati è funzionale allo sviluppo, puntello al nostro malandato andamento demografico e alle carenze del mercato occupazionale.
Sappiamo tutti che dagli anni ’90 l’Italia ha un andamento demografico negativo, in quanto il numero dei decessi supera quelli dei nuovi nati; questa denatalità è temperata dalla popolazione immigrata, che è più giovane e ha un tasso di natalità elevato.
Analoga riflessione va fatta sulla necessità di forza lavoro aggiuntiva: i lavoratori immigrati hanno raggiunto quota due milioni, concentrandosi nei settori della collaborazione familiare, dell’edilizia o dell’agricoltur a.
Raccolgo la sollecitazione del Papa ad impegnarci “in prima persona”, con la condivisione dei bisogni e delle sofferenze degli altri, ed a spingere i politici in questa direzione, perché solo così la società italiana ne uscirà rafforzata. Lungo le vie del futuro, non servono tanto i divieti quanto la condivisione di obiettivi comuni.
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